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Istituzioni culturali: nuove azioni per nuovi pubblici

28 giugno 2019 - intervista
Istituzioni culturali: nuove azioni per nuovi pubblici

Il Presidente di Compagnia di San Paolo ci parla del nuovo bando Open2Change che sarà presentato il 2 luglio in un incontro a Torino con le istituzioni culturali e un webinar on line.

Open quest'anno diventa Open2Change. Quali sono le caratteristiche del bando, quali le novità e a chi si rivolge?

 

Nel 2019 il programma Open fa un ulteriore passo in avanti nel percorso che abbiamo avviato sullo sviluppo di partecipazione culturale. Dopo azioni che hanno avuto lo scopo di individuare e stimolare sperimentazioni interessanti in questo campo, dopo aver iniziato a lavorare per sviluppare e rafforzare competenze e professionalità in questo senso, abbiamo pensato di fare un salto e provare a proporre a  istituzioni culturali la possibilità di applicare nuovi modelli di coinvolgimento del pubblico sperimentati in diversi contesti.

 

2. A quale tipo di istituzioni pensate?

 

Abbiamo volutamente mantenuto un’accezione ampia del concetto; ci rivolgiamo a enti di diversa forma giuridica che gestiscono in modo permanente uno spazio o un’attività culturale, oppure offrono un prodotto o un servizio, o ancora presidiano processi e reti. Quindi, giusto per fare alcuni esempi, biblioteche, musei, teatri e operatori dello spettacolo e tanto altro ancora. Questo, come dicevo, con nature giuridiche diverse, pubbliche o private. Naturalmente conterà molto, nella selezione, la disponibilità e la volontà a mettersi in gioco. Non è un bando per ricevere risorse per sostenere la propria attività ordinaria (su quello abbiamo altri strumenti) ma per sperimentare un modello e nuove modalità di lavoro che poi diventino pratica consolidata e ordinaria.

 

3. Perché avete disegnato il bando proprio attorno a loro?

 

In questi anni abbiamo constatato che l’attenzione a questi temi era più diffuso nel mondo dei progettisti e degli operatori culturali, nell’associazionismo e in nuove forme di impresa culturale. Meno nel mondo delle istituzioni; anche quando abbiamo provato a stimolare questo mondo a progettualità su questi temi, abbiamo notato una certa fatica e difficoltà, dovuta alle condizioni spesso difficili e critiche in cui si trovano a lavorare.

 

4. Alle istituzioni volete abbinare degli innovatori: chi sono? Pensate a un identikit preciso?

 

Un identikit preciso no, alcuni punti fermi si. Si tratta di realtà (persone o imprese culturali di varia natura nell’accezione più ampia che la legge italiana gli dà) che hanno sviluppato competenze nel campo dell’audicence development e che dimostrino di aver progettato e contribuito a esperienze interessanti nel settore. Questo in una dimensione nazionale. Se le istituzioni, che saranno alla fine del processo i beneficiari del nostro contributo, devono infatti provenire dai nostri territori di riferimento, gli innovatori invece possono partecipare da tutta Italia. Si tratta di un valore aggiunto importante per noi, quello di permettere scambio e ricchezza di esperienze. Proprio per questo abbiamo attivato azioni per promuovere informazione e partecipazione da tutto il Paese. Ad esempio, ad una presentazione che faremo il 2 di luglio a Torino abbiamo abbinato un webinar che permetta di partecipare, senza spostamenti, a chi è più lontano.

 

 

5. Quale sarà il loro compito?

 

Sarà quello di offrire la competenza acquisita, proporre dei modelli di lavoro che abbiano dimostrato di ottenere buoni risultati nel coinvolgimento di nuovo pubblico, accompagnare le istituzioni nei progetti che sapranno costruire insieme. L’idea è quella che siano dei registi di un processo di cambiamento. Naturalmente si tratta di una scommessa, cioè  puntare sul fatto che l’incontro tra competenze specifiche e volontà delle istituzioni di lavorare sul tema dia come risultato processi convincenti e produttivi. Ma credo proprio questo sia uno dei compiti di fondazioni come la nostra, quello di assumersi anche i rischi che dinamiche innovative comportano.

 

 

8. Con Open2Change, il progetto Open compie il suo quarto anno di vita. Sta andando come speravate?

 

Direi che quello di Open è stato ed è un lavoro dalla forte componente strategica. Abbiamo iniziato analizzando il contesto, individuando bisogni dei nostri interlocutori e opportunità che venivano da altre esperienze e da politiche europee. Poi abbiamo sperimentato alcuni modelli che con il tempo hanno creato una vera e propria comunità di pratica che è servita a rafforzare e sviluppare ulteriormente le competenze. Infine abbiamo provato a scalare i modelli su un piano più ampio, come nel bando di cui parliamo. Ad oggi Open ha attivato 57 progetti sul tema, coinvolgendo una rete che stimiamo di oltre 800 enti e di circa 500 fra progettisti e professionisti. In tutto questo la Compagnia ha creato direttamente occasioni di capacity building e formazione per un totale di più di 200 ore nel solo 2018.

 

9. Cosa ha imparato Compagnia di San Paolo da questa esperienza?

 

Credo che il progetto Open rappresenti un caso interessante di lavoro in ambito di innovazione culturale. Analisi di contesto e bisogni, progettazione di sperimentazioni, sostegno e accompagnamento al cambiamento con strumenti non solo erogativi, scalabilità e applicazione dei modelli e delle dinamiche sperimentate, con l’obiettivo di aver contribuito appunto all’innovazione delle dinamiche e delle logiche di lavoro e di aver inciso nei cambiamenti delle organizzazioni di riferimento. Il piano di valutazione di impatto che abbiamo messo in campo ci aiuterà a capire se e quanto questo è successo e come potremo ridefinire nuovi obiettivi.

 

10. Guardando al futuro, quanto è importante – per Compagnia, ma anche per le istituzioni e più in generale per l'innovazione culturale in Italia – procedere su questa strada?

Rispetto a 5 anni fa il tema è sicuramente molto più consolidato e l’attenzione del mondo culturale ai temi della partecipazione culturale è sicuramente cresciuta. In questo noi abbiamo giocato il nostro ruolo, insieme a tante altre realtà, in primis le politiche europee. Oggi la riflessione va avanti, e il tema del coinvolgimento dei pubblici della cultura da parte delle organizzazioni culturali sta portando a una più ampia riflessione sul tema della responsabilità sociale dei produttori di cultura, della cittadinanza attiva e della partecipazione dei cittadini. Credo su questo valga la pena di provare a pensare uno sviluppo di nuove azioni.