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AUDIENCE DEVELOPMENT E INNOVAZIONE CULTURALE

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Francesco Profumo: “Con Open valorizziamo le professioni culturali del futuro e andiamo a caccia di nuovi pubblici”

8 marzo 2018 - intervista
Francesco Profumo: “Con Open valorizziamo le professioni culturali del futuro e andiamo a caccia di nuovi pubblici”

Con la pubblicazione dei nuovi bandi Open Community e Open Lab, si è aperta ufficialmente la stagione 2018 di Open, il progetto del settore Innovazione Culturale di Compagnia di San Paolo dedicato all'Audience Engagement. Un'iniziativa che in questa intervista viene presentata e commentata dal Presidente di Compagnia di San Paolo Francesco Profumo.

 

I bandi Open Community e Open Lab proseguono un percorso iniziato nel 2015 con il primo bando Open e proseguito con molteplici azioni. Quali sono gli obiettivi?

Nell'ambito del settore dell'innovazione culturale, Compagnia di San Paolo sta lavorando in modo estremamente strutturato sullo sviluppo della domanda culturale. Si tratta di una serie di azioni, raggruppate sotto il cappello “Open”, che guardano all'Europa – alle prese con il problema dei bassi tassi di partecipazione culturale – e mettono in atto una politica orientata verso una sempre maggiore centralità del pubblico. L'approccio scelto è quello dell'Audience Engagement, in cui il pubblico attivo diventa elemento di sviluppo in termini di coesione sociale. In questa cornice, si lavora principalmente su sei obiettivi: sperimentare modalità di intervento, diffondere e rendere realizzabili approcci orientati all'audience, formare nuovi operatori del settore, creare comunità di pratica, valutare l'impatto dei progetti promossi e sviluppare una dimensione internazionale.

 

Quali sono i risultati raggiunti in questi primi tre anni?

Le attività sono state numerose: si è passati da una prima fase di sperimentazione, legata soprattutto ai bandi del 2015 e del 2016, le cui attività si stanno chiudendo proprio in questi mesi, alla diffusione degli approcci orientati all'Audience Engagement tra le istituzioni culturali più grandi, attraverso la call OpenSAI. Quindi è stato coinvolto il mondo del cinema, con OpenCinema, lavorando su un gruppo di sale cinematografiche decentrate sia sul territorio piemontese che ligure riconvertite al digitale con l’intento di trasformarle in centri culturali di riferimento per la comunità. Siamo convinti che l'ecosistema che si sta creando stia contribuendo a modificare il modo di operare delle istituzioni e dei produttori culturali creando un unicum nel panorama italiano.

 

Perché un progetto come Open è importante per Compagnia di San Paolo?

Perché può essere decisivo nella costruzione della domanda e nello sviluppo del pubblico, aprendo nuove modalità di azione nel settore della produzione culturale. Il passo successivo, testimoniato chiaramente dal nuovo bando Open Community, è quello di focalizzarsi sulle comunità: sia quelle che saranno protagoniste dei progetti, sia quelle dei professionisti dell'Audience Development. L'obiettivo è individuare modelli che siano replicabili, abbinando formazione e valutazione dei risultati. L'approccio è nuovo, non c'è nulla di consolidato: bisognerà valutare se le strade intraprese potranno avere una continuità o se ci saranno degli ostacoli alla loro replicabilità. Quello sarà il prossimo passaggio cruciale.

 

A proposito di Open Community, oltre a concentrarsi sulla definizione delle comunità, il bando si propone esplicitamente di contribuire alla formazione di nuove professionalità. Quanto è importante questo aspetto?

Credo sia il punto centrale di tutta l'operazione. Nel mondo della progettazione culturale c'è bisogno di riconoscere nuove professionalità e Open può contribuire direttamente a questo processo, accompagnando gli operatori, valorizzandoli, valutando i risultati, gli errori, gli ostacoli. I primi risultati ci mostrano un aspetto interessante: i project manager, anche al termine del loro progetto Open, continuano a partecipare  agli incontri che stiamo proponendo, perché lai ritengono utilei e perché sanno che il loro contribuito è fondamentale per l'evoluzione della strategia di Compagnia sul tema.

 

Questo discorso vale solo per gli operatori e le associazioni più giovani, nate magari nel XXI secolo, o anche per i soggetti culturali più consolidati?

Forse vale addirittura di più per le realtà più tradizionali. Sono quelle che rischiano di restare indietro, perché hanno routine più consolidate e sono in un certo senso prigioniere della loro storia. Da questo punto di vista, il ruolo di Open e di Compagnia è accompagnare queste istituzioni nelle eventuali difficoltà, inserirle nelle comunità di pratica, permettere loro di essere “contagiate” dai nuovi approcci di Audience Development. I primi risultati emersi dal bando OpenSAI sono confortanti. Ci sono alcuni soggetti, penso per esempio all'Unione Musicale, che stanno coinvolgendo il proprio pubblico in soluzioni innovative rispetto all'attività ordinaria, con notevole successo. E il successo aiuta inevitabilmente a convincere anche gli operatori più scettici o un po' conservatori.

 

Il secondo bando del 2018 è OpenLab. Quali sono le sue caratteristiche e i suoi obiettivi?

Con OpenLab Compagnia di San Paolo agisce come laboratorio continuo, rivolgendosi alle realtà medio-piccole e agli operatori più giovani. Bisogna ammettere che in questa direzione si fa ancora abbastanza fatica: abbiamo la sensazione che i giovani veri, quelli tra i 20 e i 35 anni, ritengano di non essere ancora destinatari delle call di Open. È come se percepissero una preferenza di Compagnia nei confronti di soggetti più consolidati. Penso che abbiano bisogno sia di un'iniezione di fiducia, che di responsabilità. Dobbiamo riuscire a far capire ai nuovi operatori culturali che devono provare, rischiare, magari anche sbagliare. In un processo di trasformazione come quello avviato da Open, il coraggio è un aspetto fondamentale: bisogna osare.

 

Nell'ambito della progettazione culturale nel 2018, l'Audience Development è ancora un approccio per pochi?

Quando è iniziato Open, tre anni fa, forse era un'idea un po' elitaria. Adesso sta iniziando a diffondersi. Il primo grande risultato è stato allargare la base sociale dei destinatari. Il secondo è stato ed è rispondere alla crisi che le nuove condizioni di accesso alla cultura hanno provocato nel classico modello del mecenatismo. Oggi c'è una commistione tra chi produce e chi consuma cultura, tra chi crea e il pubblico: un fenomeno sicuramente accelerato dalla diffusione delle nuove tecnologie. Il problema è se la crisi dei tradizionali meccanismi di sussistenza e mecenatismo porta verso un'eccessiva enfasi del mercato. Non si deve passare da un eccesso all'altro. L'allargamento della base sociale può essere una risposta interessante: sia perché legittima un valore economico della partecipazione alla cultura, sia perché attiva un meccanismo virtuoso in cui l'innovazione culturale ha una ricaduta diretta sulle persone, diventando così anche innovazione sociale.

 

Spesso social network come Facebook vengono accusati di contribuire alla riduzione del tempo libero e dei consumi culturali, mentre a piattaforme innovative come Netflix si imputa la riduzione di spettatori nelle sale cinematografiche. L'Audience Development può essere anche una strada per rispondere alle sfide della tecnologia?

Bisogna sempre interpretare le tecnologie come un mezzo e mai come un fine. Da questo punto di vista, proprio le nuove tecnologie – magari utilizzate con un approccio di Audience Development e Audience Engagement – possono consentire di aggiornare e rinfrescare il legame degli operatori culturali con il territorio e il pubblico. In certi casi, si possono trovare modi innovativi per recuperare il rapporto con lo spettatore tradizionale. In altri, si possono coinvolgere in attività a tema culturale nuovi pubblici che sono inevitabilmente attratti dalle tecnologie, mentre sarebbe difficile convincere a entrare in un teatro barocco.